MADREPENNUTA

COSA DICONO DI LUCIO

 

PREMESSA

Possiamo dire di certo che Lucio Battisti ha forgiato i giovani, li ha "partoriti" dando loro una grossa "verve" di emozioni. Le sue canzoni sono state e saranno per sempre pietre miliari, massi che rotolano in libertà... perché è la libertà la più grande MADRE alla quale noi, poveri mortali, non possiamo rinunciare.
Altro che Dea Bendata!!!! La musicalità di Lucio è inimitabile, geniale nel panorama
nostrano.... Insomma Battisti il mito nostrano cavalca le nostre menti, ci immerge in
zuccherate effusioni, ci libera dalle amarezze del peccato.
È vero, Lucio dagli addetti ai lavori fu amato o odiato, senza mezzi termini. Qui di seguito saranno riportate in sintesi le dichiarazioni fatte da critici, musicisti e chi lo ha conosciuto più o meno direttamente... in mezzo ci sono invidiosi, i fan più accaniti che lo amerebbero anche se cantasse l'elenco telefonico, gli amanti traditi, i maleducati, i saccenti. Daltronde le opinioni sono libere!!!
Senza troppi giri di parole eccone un concentrato che parte dagli esordi ai giorni nostri,
quando si preparavano banchetti per chiedersi se quel ragazzo dai capelli ricci sarebbe durato e, se sì, quanto, fino agli ultimi anni quando ogni suo disco offre opinioni così contrastanti tanto da sembrare imbarazzanti. Ciò che conta davvero, Carissimi Amici, è la vostra opinione... Le opionioni altrui lasciano il tempo che trovano: risultano esser più o meno attendibili... Insomma i giudizi e le opinioni di tutti noi ci aiutano a capire i misteri della vita... ed in questo caso specifico la carriera del più grande compositore italiano di musica popolare.

 

Iller Pattacini (musicista - 1966)
«Con quella voce non potrà mai cantare»



Mario De Luigi (critico musicale - 1966)
«Possiede una personalità abbastanza
definita e originale; i brani hanno una
struttura che si stacca dai moduli
consueti, e portano in effetti una nota
nuova nel settore leggero italiano»



Pepe (del gruppo "Dik Dik" - 1967)
«Fra tre anni vivrà di rendita e ci
manterrà tutti»



Little Tony (cantante - 1970)
«Una forza, un genio, il massimo in
campo italiano. l'ho visto in televisione e,
dovete credermi, con tutto che sono
ormai un refrattario, son rimasto
inchiodato sulla poltrona. Sono caduto
in trance. Come la prima volta che senti i
grandissimi, che so, Ray Charles»

Renzo Nissim (critico musicale - 1970)
«A me piacciono le sue canzoni, ma
trovo che non le canti come a me piace
sentir cantare. Trovo che non abbia una
voce gradevole. È un ragazzo di grande
talento con una grande grinta e forza
d'espressione. Però di voce non ne
parliamo neanche perché non ci siamo
proprio»



Walter Chiari (attore - 1971)
«Mi piace, diverso dagli altri, tutti bellini,
puliti. Lui no, lui è trasandato, un po'
boschivo. Quando lo si vede in
televisione non è uscito da una casa, ma
da un cespuglio. Lui canta una canzone a
una che non è lei, che a me mi fa
diventare matto: "L'hanno vista ieri sera
a Viggiù / con un altro che non eri tu / la
baciava / insomma si dava da fare / ti
tradiva / Non è Francesca". Ma l'è matt?
Ma se non è Francesca, cosa gliela canti
a fare? Poi fa anche la canzone del quiz:
"Il vento saluta le nuvole / lei non verrà /
il macellaio porta la carne / le voglio
bene". Poi improvvisamente: "Che ne sai
tu di un campo di grano?" A me? Cosa
ne so io di un campo di grano?»



Piero Sugar (discografico - 1971)
«È un artista completo, ha saputo dire
musicalmente delle cose giuste nel
momento giusto. In più aggiungerei la
sua serietà, la sua costanza e il rifiuto alla
commerialità, ai luoghi comuni, ai
compromessi»



Carlo Alberto Rossi (musicista - 1971)
«Riconosco in lui l'unico dei giovani che
abbia vera personalità e intelligenza
musicale»



Bruno Lauzi (cantante - 1971)
«È nettamente il più bravo di tutti e
anche se sbaglia, non si sa quando
sbaglia. Sono certo che non sarà questa
generazione a vederlo finito, anzi ritengo
che durerà per sempre»



Mina (cantante - 1971)
«È un ragazzo straordinario, un autore
straordinario, un cantante straordinario»



Domenico Modugno (cantante - 1972)
«Non parliamo di genio, è un ragazzo di
talento che ha saputo riprendere e fare
suo un certo genere musicale straniero»



Gianni Ferrio (musicista - 1972)
«È soltanto uno che ha indovinato
quello che vogliono i ragazzi oggi. Scrive
per il gusto di oggi»



Riz Ortolani (musicista - 1972)
«C'è del talento. Ma è un talento limitato,
chiuso in un determinato tipo di musica,
per giunta scopiazzata. Noi italiani siamo
tanto stupidi che accettiamo tutto»



Aldo Bonocore (musicista - 1972)
«Non credo possa durare ancora per
molto. È legato a un pubblico
estremamente volubile, quello dei
giovani, tra un po' si infatueranno d'un
altro fenomeno. Dovrebbe del tutto
astenersi dal cantare. La sua voce è una
lagna, uno strazio»



Augusto Martelli (musicista - 1972)
«Essendo un fenomeno di suggestione
collettiva, non durerà a lungo. Del resto
ogni suo pezzo nuovo fa dimenticare
quello precedente, nessuno rimane una
pietra miliare della musica leggera...
faccia cantare ad altri le sue canzoni: lui,
per carità, ci rinunci... È un pallone
gonfiato»



Renzo Arbore (conduttore - 1972)
«Credo che altri due o tre anni li durerà di
sicuro»



Patrizia Violi (semiologa - 1972)
«Le sue sono canzoni per tutti e per
nessuno perché incarna la categoria del
moderno, perché propone surrogati
scadenti di comportamenti emancipati,
andando così incontro ai gusti del ceto
medio»



Andrea Lo Vecchio (paroliere - 1976)
«Lucio non era da inventare, ma solo da
scoprire e l'unico merito, se merito è,
appartiene di diritto a Christine Leroux
prima e a Giulio Rapetti poi»



Salvatore Accardo (musicista - 1977)
«È uno dei migliori musicisti italiani.
Come compositore ha una vena genuina,
ha istinto, fantasia, facilità espressiva...
Come cantante avvicinerei la sua voce al
violino, non per i suoni o per la tecnica,
ma per l'espressività e la tensione, capaci
di esprimere problemi, inquietudini e
contraddizioni di un'intera generazione»



Gianfranco Manfredi (scrittore e paroliere - 1979)
Anzitutto la voce. Può far ridere, ma
ancora oggi non soltanto vecchi
parrucconi ma anche giovani parrucchieri
della cosiddetta critica discografica,
misconoscono il suo valore come
cantante»



Roberto Roversi (poeta - 1980)
«È un cantante che può durare cent'anni.
La sua flebilità gli impedisce di
consumarsi, il suo rigore lo rende
impermeabile alle mode rapide e
generiche»



Achille Bonito Oliva (critico d'arte - 1982)
«È entrato nell'Olimpo dei classici
proprio per la sua capacità di piacere a
tutti, indistintamente»

Gino Castaldo (critico musicale - 1982)
«Stavolta, con E già, si tratta di una sfida
vera e propria. Se il pubblico lo seguirà
anche ora, vuol dire che oramai può
permettersi qualsiasi cosa»



Maurizio Vandelli (cantante - 1984)
«È l'unico cantautore italiano di cui
posseggo tutti i dischi»



Roby Matano (cantante - 1984)
«Stonato? Pensate che montavamo al
pomeriggio i pezzi dei Beatles:
beccavamo Yesterday al pomeriggio e
alla sera la cantavamo assieme. Dovevate
sentire che roba!»



Roby Matano (cantante - 1984)
«Una sera a Varazze lui era in tournée e
come supporter c'era ancora il mio
complesso, I Campioni. Sale sul palco e
dice al pubblico: "Sentite ragazzi, un
anno fa io e Roberto suonavamo insieme
nei night e lui mi diceva, ricordati che un
giorno tu diventerai qualcuno e una sera
ci incontreremo con i nostri complessi in
qualche sala, io sarò sempre lo stesso e
tu invece sarai diventato Lucio Battisti. E
quella sera, caro pubblico, è arrivata.
Quella previsione era giusta". Poi
dovette smettere di parlare perché aveva
un groppo in gola»



Francesco De Gregori (cantante - 1986)
«Don Giovanni è una pietra miliare. D'ora
in poi dovremo tutti fare i conti con un
nuovo modo di scrivere la musica»



Gianni Borgna (musicologo - 1986)
«Il lavoro di Battisti-Mogol è una sintesi
eccellente fra il kitsch più sublime,
autentico condensato della modernità, e
una straordinaria sensibilità epidermica
per i fermenti culurali degli anni Sessanta
e Settanta»



Lietta Tornabuoni (giornalista - 1986)
«È l'unico in Italia con Modugno e
Celentano che sia stato capace di fare un
uso rivoluzionario della voce, così afona
e sussultante»



Pier Vittorio Tondelli (scrittore - 1986)
«Resta il mistero di come il suo poster
fosse appeso nelle camere fra Che
Guevara, Don Milani e Carlo Marx. Fra le
foto dei B-52 che bombardavano il
Vietnam e Jimy Hendrix che tirava
inebriatissimo da un chilum. Forse, lui,
come nessun altro, riuscì in quegli anni a
cantare di sentimenti ed emozioni
adolescenziali, di grandi fughe e di
grandi dispiaceri eseguendo belle
canzoni da mandare a memoria e quindi
incomparabili refrain per la barba e la
doccia, per il petting e per quei cori
attorno a un falò su una spiaggia o in
una baita di montagna con dieci chitarre
per volta a dirigere giovani ugole
innamorate e malinconiche, prima della
rivoluzione»



Enrico Ruggeri (cantante - 1986)
«La grande forza del binomio
Battisti-Mogol è stata quella di aver
saputo scrivere canoni pop, ma con
concetti assolutamente degni di una
canzone d'autore; di aver ridotto al
minimo le influenze straniere; di aver
saputo coniugare al meglio il mercato
con l'intelligenza creativa»



Maurizio Cucchi (poeta - 1986)
«Don Giovanni? Preferisco i Righeira. E
lo dice un battistiano della prima ora.
Riconosco ai testi solo un'abilità
combinatoria di tipo postgoliardico. Mi
ricorda le provocazioni prive di humour
dei neo-futuristi»



Fabio Santini (critico musicale - 1986)
«Lucio canta l'anima di se stesso: quella
del grande artista e dell'uomo ormai
maturo»



Michele Serra (scrittore - 1986/88)
«Don Giovanni ridimensiona gran parte
della musica leggera degli ultimi dieci
anni, il mio voto è dieci e lode. La sua
invenzione melodica è enorme. La frase
musicale finisce sempre in un modo
sorprendente, lasciandoti sospeso nel
vuoto, in una vertigine... La scelta dei
testi è geniale. Molto meglio di Mogol. Io
credo che L'Apparenza sia l'opera di un
genio, o più probabilmente di due..., dico
genio pensando a chi sa generare
miracoli, inventare cose che nessuno ha
potuto inventare prima. Come artefice di
una illuminazione formidabile che per un
attimo ci porta via o porta via gli altri»



Gianfranco Manfredi (scrittore/paroliere - 1986)
«Tre sono stati gli autori interpreti che
hanno rivoluzionato la canzone italiana:
Domenico Modugno, Adriano Celentano
e lui... Ma Don Giovanni, più lo ascolti e
più è una palla»



Mario Luzzato Fegiz (critico musicale - 1986)
«Don Giovanni è un gran disco,
intelligente, cesellato nei suoni e nelle
parole, cantato bene»



Roberto D'Agostino (critico musicale - 1986)
«In Don Giovanni sfrutta molto la sua
reputazione, non il suo talento»



Marco Mangiarotti (critico musicale - 1986)
«Don Giovanni è un piccolo capolavoro
di intuizione e di rigore»



Gino Castaldo (critico musicale - 1986)
«In L'Apparenza tutto è reso
suadentemente credibile dal suo canto
che rimane un punto fermo, inimitabile,
della nostra canzone»



Lorenzo Arruga (musicista - 1988)
«L'Apparenza? Non l'ho trovato
interessante e mi dispiace»



Renzo Arbore (conduttore & musicista - 1990)
«È sicuramente tra i dieci massimi del
mondo. Ora, siccome lui se ne sta lì
inguattato, nessuno lo considera come si
deve, ma insieme a Mogol ha scritto una
serie di canzoni che per originalità di idee
e giri armonici hanno rivoluzionato
l'orizzonte musicale italiano, senza
ispirarsi né alla produzione italina né a
quella inglese o americana. È stata
l'invenzione geniale di uno che la chitarra
la suonava così così, ma che metteva le
mani dove non le mettevano gli altri.
All'inizio era una dannazione per noi
suonare quelle canzoni, tanto erano
ostiche. Insomma credo che sia al livello
dei grandi del passato come Jerome Kern
o George Gerhwin. Adesso forse batte
territori difficilmente comprendibili ai più,
ma in quegli anni riusciva a unire
un'altissima qualità a una grande
immediatezza, per cui il pubblico
accedeva alle sue emozioni anche se i
testi erano ben diversi da quelli delle
canzonette. Tutti i cantautori che sono
venuti dopo sono un po' suoi figli e
hanno imparato la lezione di fare canzoni
non banali, raccontando poeticamente la
vita vissuta come Lucio ha fatto con "le
discese ardite e le risalite, le distese
azzurre e le verdi terre" (una delle mie
canzoni del cuore) oppure le ordinarie
storie di supermarket: "E parlar di
surgelati rincarati, spingere il carrello
insieme..." Sono molto legato a Innocenti
evasioni, il motivo? È top secret, ma
forse lui se lo ricorda»



Omar Calabrese (semiologo - 1990)
«Io sono per quello di ieri, che considero
tuttora molto innovativo: le sue non
erano semplici canzonette, ma piccole
rivoluzioni di accordi imprevedibili e testi
pregni di neoromanticismo»



Gianfranco Baldazzi (critico musicale - 1990)
«La critica discografica, schierata a
fianco della canzone di protesta in
maniera persino maniacale, versò fiumi di
inchiostro... soccome né Battisti né
Mogol si schieravano politicamente
verso la canzone d'impegno, fece di tutto
per dimostrare l'incosistenza, quando
non la malafede, della premitata ditta che
sembrava avere l'appalto dei primi posti
della Hit Parade»



Antonio Ricci (autore televisivo - 1990)
«Sono rimasto molto deluso dal primo
disco senza Mogol. Da allora non ho
voluto ascoltare niente di nuovo, mi
dispiace»



Gino Vignali e Michele Mozzati (scrittori - 1990)
«Ma chi è sto' Panella? Il fatto è che si
sta prendendo troppo sul serio dopo
aver segnato un'intera epoca. E se oggi
vai in giro a dire che non ti piace fai la
figura del cretino!»



Riccardo Bertoncelli (critico musicale - 1990)
«Mi chiedo se il suo non sia un gioco
sadomaso: facendo un paragone
cinematografico, mi sembra sia passato
dagli ottimi film di cassetta di una volta,
tipo Pane amore e... a certe pellicole da
cineteca un po' tristi e in bianco e nero»



Gino Castaldo (critico musicale - 1990)
«Abbiamo la certezza che questo
disincanto, piaccia o meno, è proprio il
fine che Battisti sta perseguendo oggi»



Francesco Baccini (cantante - 1990)
«Quelle con Mogol sì che erano
emozioni. Adesso è troppo sperimentale:
quando ho messo sul giradischi
L'Apparenza mi son venuti angoscia e
mal di testa»



Gianni Borgna (musicologo - 1990)
«Mi piaceva già Mogol, adesso di più. È
riuscito a passare da un linguaggio di
massa, quasi da fotoromanzo, a parole
molto più criptiche ed ermetiche, senza
perdere un grammo della sua
comunicativa e guadagnando in
raffinatezza e sperimentazione»



Mogol (paroliere - 1990)
«Non ascolto da anni i suoi dischi»



Paolo Zaccagnini (critico musicale - 1990)
«La sposa occidentale è uno dei migliori
lavori di Battisti, asciutto, secco. Puro
come il cuore di un neonato»



Mario Luzzato Fegiz (critico musicale - 1990)
«Com'è La donna occidentale? (testuale,
n.d.r) Un disco in cui è difficle stabilire
l'esatto confine tra coraggio artistico e
patologia mentale. Il paradosso verbale è
in bilico tra le battute di Frassica,
trentatré trentini trottarono su Trento e la
"Settimana Enigmistica", la musica è un
esercizio di atmosfera attorno ai capisaldi
del vecchio manierismo battistiano. Il
risultato finale non è sgradevole»



Ricky Gianco (cantante - 1990)
«Dare giudizi su quello di ieri e di oggi è
difficile. Io ammiro il suo coraggio. Ha
scelto la difficile via della
sperimentazione quindi tanto di
cappello»



Claudio Baglioni (cantante - 1990)
«L'ho sempre inseguito. Per me lui
rappresentava un traguardo da
raggiungere»



Cesare G. Romana (critico musicale - 1990)
«La sposa occidentale è un bel disco?
Probabilmente bellissimo (e di certo
inquietante). Ma siamo in quella terra di
nessuno dove i vecchi concetti di bello e
brutto non hanno più senso»



Aldo Vitali (critico musicale - 1990)
«La sposa occidentale, quaranta minuti
affascinanti e misteriosi»



Giovanni Raboni (poeta - 1990)
«La canzone deve contenere anche il
piacere della ripetizione e della
orecchiabilità. Ne La sposa occidentale,
Panella le evita. Insomma, meglio
Mogol»



Enrico Ghezzi (giornalista - 1990)
«È sempre andato al di fuori della solita
canzonetta, e quindi l'ho sempre
ammirato per questo. Mi colpisce molto
la sua voglia coraggiosa di dire cose
nuove, ma soprattutto il suo
meraviglioso, inarrivabile isolazionismo,
che l'ha fatto diventare una lontana icona
di se stesso»



Roberto Gatti (critico musicale - 1990)
«Raffinatissimo, formidabile nel canto e
nelle architetture sonore»



Ottaviano Del Turco (sindacalista - 1991)
«Durante una trasmissione televisiva
con Vincenzo Mollica, Mezzanotte e
dintorni, decisi di fondare il primo e
unico partito della mia vita, il PMB, il
partito Mogol Battisti. Qualche tempo
dopo, in un ristorante, una signora
moglie di un sottosegretario
democristiano al Ministero delle Finanze,
lascia il suo tavolo, viene da me e mi
dice che si è iscritta al mio Partito.
Guardo il marito e le dico che era ora.
"Ma no", risponde, "cosa ha capito, mi
sono iscritta al PMB"»



Massimo Troisi (attore - 1991)
«Lucio Battisti? Io mi sono innamorato
con E penso a te»



Gianni Versace (stilista - 1992)
«Di lui apprezzo la capacità di essere
insieme romantico e moderno. Melodia e
rock. Amavo il crescendo della sua
musica. I cambiamenti improvvisi. Una
sua canzone è come una piccola opera. E
adesso è un cantautore ancora moderno,
attuale. Spesso scelgo le sue canzoni per
le colonne sonore delle mie sfilate»



Vasco Rossi (cantante - 1992)
«È il più grande di tutti»



Mario Luzzato Fegiz (critico musicale - 1992)
«Cosa succederà alla ragazza è un disco
senza amore, un incubo non so se più
raggelante o più tedioso... è il naturale
sbocco artistico di una vita chiusa,
arida»



Alfredo Saitto (critico musicale - 1992)
«Cosa succederà alla ragazza è un
insulto al suo pubblico e alla sua stessa
musica. Testi insignificanti e irritanti»



Fabrizio Zampa (critico musicale - 1992)
«Ascoltare la musica tragicamente
uguale a se stessa di Cosa succederà alla
ragazza ricorda le sofferenze di Fantozzi
al cineclub»



Marco Mangiarotti (critico musicale - 1992)
«Cosa succederà alla ragazza è un altro
capolavoro, un album shock che ti
aggredisce subito con il ritmo brutale di
intuizioni incendiarie, polaroid
enigmatiche affidate alla musicalità
assoluta»



Gino Castaldo (critico musicale - 1992)
«È sempre più deciso a demolire il già
sentito, il già vissuto, le banali certezze in
cui si crogiola la nostra amatissima
canzone»



Cesare G. Romana (critico musicale - 1992)
«La scombinata logorrea pare voler
mascherare l'afasia di una creatività
arrivata ormai allo stremo... non è
Beckett, ma solo un incubo»



Raf (cantante - 1993)
«Quasi nessuno nell'interpretare le sue
canzoni è riuscito a reggere il confronto
con l'originale. Le sue versioni sono
sempre superiori, sono sempre le migliori.
E sono belle anche perché le faceva così,
con quel modo di cantare un po' stonato
ma di un'intensità speciale, istintiva, che
è impossibile eguagliare»



Franco Califano (cantante - 1993)
«Se non ci fosse stato Battisti, Mogol
sarebbe ora uno dei tanti sconosciuti
parolieri italiani»



Lucio Dalla (cantante - 1993)
«È un cantante strepitoso perché non ha
nessuna vocalità classica e ha una voce
che sembra una lametta da barba. Mi
sembra molto simile a Bob Dylan, perché
tutti e due usano una voce d'emergenza,
cioè fanno della necessità una originalità
assoluta. Fa una curva, dopo va su un
gradino, poi stride e dopo invece si
abbassa, sussurra, per arrivare a quella
che è la comunicazione ideale, che è
l'opposto del grande cantante»



Francesco Guccini (cantante - 1994)
«Mi ricorda innanzitutto un periodo in
cui le sue canzoni hanno avuto una
grande importanza. Nel suo ambito
certamente il migliore. Lo si cantava tutti,
anch'io lo cantavo, come si cantavano i
Beatles. La prima canzone che mi ricordo
è Firi rosa fiori di pesco. Non l'ho mai
conosciuto, ma è così sfuggente che
forse non incuriosisce nemmeno, perché
uno che decide di ritirarsi in privato
vuole così. Non apparire in pubblico è
una scelta che può derivare dalla paura
della gente, del palco, paura che abbiamo
tutti, ma che si può superare. Comunque
è uno dei più grossi autori italiani di
musica pop, intesa come popolare»



Biagio Antonacci (cantante - 1994)
«È il nostro fratello maggiore. Ha
insegnato a tutti. È un punto di
riferimento e lo sarà sempre. Le cose
nuove? Le trovo affascinanti»



Vasco Rossi (cantante - 1994)
«È stato per l'Italia quello che i Beatles
sono stati per il mondo. Prima di lui
c'erano i Platters con Only you, poi sono
arrivati i Beatles. Prima c'era la canzone
italiana, poi sono arrivati lui e Mogol:
"Quel gran genio del mio amico / lui
saprebbe cosa fare / con un cacciavite in
mano / fa miracoli / ti regolerebbe il
minimo / alzandolo un po'..." Un genio. Io
avevo dei punti di riferimento che sono
stati alla base delle mi canzoni: lui,
Jannacci, anche Buscaglione... Un giorno
a scuola il professore di italiano, uno
alternativo, fantastico perché ci faceva
sognare, ci ha spiegato una canzone di
Battisti. Io ero giù di testa, lo amavo alla
follia... Una sera a Zocca ho cantato il
karaoke, mi sono divertito come un
pazzo, ho goduto come uno che fa il
karaoke, mi sono sentito il cantante: ho
cantato Lucio Battisti»



Andrea Mingardi (cantante - 1994)
«È incredibile come uno come lui che
vive furi dal mondo riesca ancora a
raccontare e musicare storie così vive,
così quotidiane. L'ho incontrato l'ultima
volta nell'82 e siccome aveva giocato con
me nelle prime partite della Nazionale
cantanti, gli ho raccontato, entusiasta,
che ero appena ritornato dalla Spagna
dove avevo seguito la finale dei
Mondiali di calcio. "Ah, sì, non ne
sapevo niente, non ho la televisione" mi
ha detto lui»



Mario Luzzato Fegiz (critico musicale - 1994)
«È stato il primo cantante da sala
d'incisione e basta, perché lui come
serate è debolissimo, non ce la farebbe
nemmeno a farle tecnicamente perché ha
una voce complicata, difficile, al limite
della stonatura»



Mogol (paroliere - 1994)
«... Questa è una bugia. Credo che in
realtà dal vivo rendesse di più. Se tutti
ricordano quel duetto storico con Mina»



Eugenio Finardi (cantante - 1994)
«Con Mogol facevano un cantautore
perfetto, il primo in senso moderno. Il
loro è stato un abbinamento importante
sia nel senso emotivo sia in quello
musicale. Le loro canzoni - e per Battisti
solo quelle del periodo con Mogol -
hanno il dono della versatilità: mentre
registravo I giardini di marzo con Alberto
Tafuri e Francesco Saverio Porciello, mi
sembrava di averla scritta io e mi sono
anche commosso fino alle lacrime; mi ha
toccato in modo profondo, alla fine io e i
musicisti ci siamo abbracciati. Battisti e
Mogol erano come Lennon e McCartney.
La sua scelta di scomparire? Ha fatto
bene, se potessi lo farei anch'io, è una
scelta di libertà e di dignità, contro il
protagonismo di oggi»



Enrico Ruggeri (cantante - 1994)
«Se continuiamo a cantare
Mogol-Battisti dopo vent'anni, è perché
il loro è stato un binomio irripetibile. Le
loro canzoni furono rivoluzionarie e allo
stesso t empo in sintonia con la gente: la
stessa cosa è successa solo con i
Beatles, che hanno messo d'accordo
pubblico e critica. E il loro successo,
come quello dei Beatles, stenta a
spegnersi, molti brani sono diventati
patrimonio dei ragazzini che li cantano
con le chitarre sulla spiaggia. Anche per
te, la canzone che ho cantato nel disco
collettivo Innocenti evasioni, l'avevo
incisa tempo fa in un mio album, è una
canzone che averei voluto scrivere io»



Fiorello (conduttore e cantante - 1994)
«Gli 883 rappresentano, oggi, quello che
negli anni Settanta era rappresentato da
Battisti e Mogol. Loro parlano d'amore
con il linguaggio e i concetti della realtà,
proprio come faceva Mogol quando
scriveva i testi per Lucio Battisti»



Mia Martini (cantante - 1994)
«Anch'io ho inciso canzoni di
Battisti-Mogol. Il loro repertorio è un
pozzo senza fondo, lì sono depositati e
resi al meglio tutti i sogni di cantanti,
musicisti e parolieri; è ovvio poi che con
la crisi della musica che c'è, ci si rivolga
al prodotto più sicuro e consolidato,
quello che non ti tradisce. Io i loro dischi
- quelli veri, dei primi Settanta - li ho
consumati e sono anche arrabbiata che
non tutta la loro opera sia ristampata in
cd. Se adesso li riscoprono anche i
ragazzini, non c'è che da essere contenti:
è segno che qualcosa di buono la nostra
generazione l'ha fatto»



Maria Pia Garavaglia (ex ministro - 1994)
«Che bello andare in macchina e godersi
in santa pace le canzoni di Lucio
Battisti»



Massimiliano Pani (discografico -1994)
«Per noi in Italia è come Elvis Presley in
tutto il mondo. Ancora i ragazzini
conoscono tutte le sue canzoni e le
vogliono cantare. Dovrebbe esserne
orgoglioso»



Ivan Graziani (cantautore - 1994)
«Lucio Battisti oggi è come un trumeau
del Seicento»



Edmondo Berselli (politologo - 1994)
«Il processo produttivo della cultura
contemporanea ha prodotto anche in
Italia alcuni capolavori... alcune decine di
canzoni Mogol-Battisti»



Paolo Fabbri (semiologo - 1994)
«Battisti non cantava il domani, il mondo
migliore: cantava in divenire, c'era un
divenire nel canto, che annunciava
qualcosa senza aver bisogno di dire cosa
fosse... non ti dà, come succede nella
cultura di massa, emozioni precotte, ma ti
apre a un divenire rappresentato i
giovani, li ha fatti»

Giovanni Lombardo Production