MADREPENNUTA

CONVERSAZIONE CON MOGOL

Intervista a cura di Giammarco Fontana.

G.FONTANA: Come e quando hai conosciuto Lucio Battisti?

MOGOL: Tramite un'amica francese, Christine Leroux, che lavorava in una piccola edizione: era il 1965. Lui mi fece sentire delle cose che io giudicai modeste. Quando, dopo averlo ascoltato, gli dissi quello che pensavo, Lucio mi dette ragione e la sua umiltà mi piacque molto.

Artisticamente ti consideri un po' il genitore di Battisti?

L'inizio della carriera di Battisti non fu semplicissimo. Lucio si sentiva più compositore che cantante e così iniziò a comporre musiche pensando più ad altri artisti che a se stesso. Ci furono anche personaggi, nel mondo della discografia di allora, che non incoraggiarono assolutamente il suo canto. Io, comunque, avevo già una consolidata reputazione e quindi anche un buon potere contrattuale: dovetti in ogni caso faticare per imporlo e procurargli un accordo con la Ricordi e la Rai. Però Lucio non si sentiva ancora pronto per cantare i suoi brani: anche se era un ragazzo molto determinato, con una sana rabbia, consapevole delle proprie capacità, non aveva fretta. Sentiva la necessità di un'ulteriore crescita artistica.

Qual è stato il successo che vi ha fatto capire di essere sulla strada giusta?

"29 settembre" cantata dall'Equipe 84 fu una canzone davvero innovativa sia dal punto di vista musicale sia del testo. Ricordo che la casa discografica ingaggiò uno speaker professionista della Rai per inserire nel brano un accenno di giornale radio allo scopo di sottolineare due giornate differenti e quindi, nel contesto della canzone, due atmosfere completamente opposte vissute dal protagonista. Si palpavano le novità nelle nostre canzoni. Fu un grande successo e noi avemmo la sensazione di aver fatto qualcosa di nuovo e importante.

Sul titolo crede esista un aneddoto vero?

La scelta del giorno è stata casuale anche se corrisponde alla data di nascita della mia ex moglie che comunque, ben conoscendomi, non equivocò e giustamente non mi ringraziò. E' stata solo una coincidenza, non un titolo con dedica: per questo mi piace pensare di farlo adesso.

Cosa?

La canzone con dedica.

Parli di coincidenza ma non pensi possa esserci stata una connessione inconscia?

No, non credo.

Quello che mi ha sempre colpito di te è il fatto che, nonostante i dissapori sopraggiunti, hai sempre parlato bene di Battisti, anche in tempi non sospetti.

Ho sempre avuto molto rispetto sia per l'uomo Battisti sia per l'artista. Lo ricordo come un ragazzo serio, desideroso di apprendere, arrivare, ma non arrivista, sia chiaro. Un ragazzo che lavorava molto, otto o nove ore al giorno. Credo sia stato l'unico artista con cui abbia collaborato, che dopo aver letto un mio testo nuovo, il giorno dopo mostrava di averne assimilato i contenuti, le espressioni e in pratica lo conosceva a memoria. Lui era perito elettrotecnico, aveva una grande passione per l'elettronica, e in Inghilterra studiò anche matematica all'università. Se non avesse fatto il cantante sicuramente sarebbe riuscito bene anche in altro, in quanto era un uomo che si applicava molto e credeva in quello che faceva.

Eppure avete litigato, si dice, per questioni di soldi.

Le "questioni di soldi", come tu dici, spesso sono questioni di principio. Mi sembrava giusto, arrivati a un certo punto della nostra brillante carriera, dividere a metà i proventi derivanti dal lavoro comune che si basava proprio su una perfetta sinergia: e questo, nel tempo, credo sia stato riconosciuto un po' da tutti. Purtroppo non fu possibile accordarsi; ma non fu solo una questione di denaro.

Ritieni che fossero sopraggiunte anche ingerenze esterne al vostro dissidio?

Beh, questo non lo posso dire, nel senso che fa parte di quelle sensazioni che debbono restare solo dentro di noi. Devo dire che ci sono stati dei momenti in cui mi sono sentito molto prossimo a una rappacificazione: l'ho sentita molto vicina e ne sarei stato felice per tutti e due.

Questo però confermerebbe in qualche modo la fama di "tirchio" che accompagnava Battisti?

No. Ho spesso detto che Battisti aveva una mentalità molto vicina a quella del contadino parsimonioso ma non avido; sono due cose completamente differenti. Lucio ha spesso rinunciato a considerevoli guadagni per essere fedele alle sue scelte: non so quanti artisti sarebbero stati capaci di fare la stessa cosa. Però ricordo anche che, per non cedere una certa quota al manager dei Beatles, di fatto rinunciò a cospicui guadagni che avremmo sicuramente avuto portando la nostra musica all'estero, in particolare nei paesi di lingua anglosassone. Era fatto così.

Lucio Battisti scriveva sempre e solo la musica?

Sì, Lucio scriveva solo la musica, veniva da me e la suonava continuamente, per ore, finché non avevo composto il testo. Il mio era quasi un atteggiamento medianico; ascoltavo la musica e rovesciavo fiumi di parole sulla carta. A volte, quando avevo terminato, mi chiedevo: ma dove sono andato a finire? Mi sembrava di essere uscito fuori tema perché ogni testo non era collegato con quelli precedenti. Spesso però, ero lo stesso Lucio che mi diceva: «Ti sbagli, hai scritto grandi cose». Mi ricordo: «I giardini di marzo»: ero convinto di aver perso il filo del discorso andando per boschi, per fiumi, per praterie e poi mi sembrava di essere tornato senza sapere il percorso che avevo compiuto. Ero stordito, smanioso, ma fu proprio Battisti, in quel caso, a dirmi che avevo scritto dei grandi versi.

Impiegavi molto a scrivere i testi?

Solitamente no. Ricordo "...E penso a te" che fu scritta in quindici minuti, sull'autostrada Milano-Como, da casello a casello. Naturalmente non c'erano dei tempi prefissati, però in genere la scrittura era veloce.

E gli arrangiamenti?

All'inizio c'era Detto Mariano, poi venne Reverberi per diverso tempo e poi molti altri. Io comunque sugli arrangiamenti non mettevo naso anche se ero presente in molte decisioni. Per esempio quasi tutte le idee delle copertine erano mie, a esclusione di "Una donna per amico" e di "Una giornata uggiosa" che tra l'altro non mi piace ancora oggi. In effetti non entravo in sala di incisione, mi sembrava un po' di smarrire il filo del discorso in uno studio dove si fa musica per tante ore; io analizzavo dopo le incisioni e ne discutevo con Lucio.

Era veramente un genio, musicalmente parlando?

Non ho dubbi. Ebbe l'intelligenza di coniugare i valori tradizionali della musica italiana con le innovazioni del mondo musicale moderno ma senza copiare. Riuscì a metabolizzare e a fare proprie certe musicalità e atmosfere d'oltreoceano al punto di diventare un caposcuola, un innovatore, come fu, per esempio, Domenico Modugno. Inoltre Lucio finché ha lavorato con me si è dimostrato sempre molto disponibile e considerava con attenzione i miei suggerimenti; non cercava di avere ragione a tutti costi. Arrivava anche ad ascoltare dei miei consigli su come cantare o interpretare alcuni passaggi di qualche canzone: in questo aveva veramente l'umiltà dei grandi, quella che riscontri solo in artisti di elevato spessore. Poi era un grande musicista, aveva un senso degli strumenti e dei suoni particolare, sapeva usarli come se fossero colori. Per esempio lui non era un batterista eppure sapeva suonare la batteria nel modo giusto, con il sound appropriato.

Ma durante gli anni Sessanta spiravano altri venti musicali innovativi...

E' vero, basta pensare ai Beatles. Ma è anche vero che molti degli autori e dei compositori successivi a Battisti hanno preso e ripreso dalla sua musica e magari meno da quella dei Beatles o di altri musicisti. Ancora oggi ritrovo in molti cantanti e autori il tentativo, a volte anche riuscito, di riproporre le atmosfere e le sonorità che hanno caratterizzato le nostre canzoni.

Forse è più difficile ritrovare i tuoi testi?

Forse, anche perché il mio modo di scrivere è stato sempre coerente e soprattutto adopero una metodica ben precisa: prima nasce la musica e poi il testo. Non solo, ma il testo viene scritto alla presenza del compositore, senza trasmissioni a distanza tramite cassette o cose similari. Siamo in due, il compositore con la sua musica e io che creo le parole.

Creare, un verbo davvero impegnativo.

E' vero e forse l'ho usato in modo improprio anche perché dico sempre ai miei allievi del Centro Europeo di Toscolano (CET) che esiste solo un creativo: Dio. Io mi sento più una persona in grado di recepire certi stimoli e tramutarli in immagini per poi, di seguito, fissarle in parole. Così facevo anche con Lucio: mentre lui suonava io ascoltavo e, come in trance, mettevo giù il testo. POi naturalmente esisteva il lavoro di limatura, di critica, che affrontavamo insieme seguendo anche le necessità della metrica e del canto. Io, in ogni caso, lavoro sempre così.

Quindi non è vero che a un certo punto hai lavorato a distanza con Lucio Battisti?

Non ho mai lavorato a distanza con nessuno, neanche con Lucio.

Adesso ti faccio ascoltare una rara intervista radiofonica che Lucio Battisti rilasciò prima dell'uscita dell'ultimo album che avete scritto insieme. Poi mi dirai cosa ne pensi.

INTERVISTA DI LUCIO BATTISTI ALLA RADIO SVIZZERA.

Giornalista: Puoi fornirci qualche anticipazione su questo disco che stai realizzando?

Battisti: E' tutto in via di definizione. Mogol secondo me ha scritto dei testi molto nuovi ma non difficili da capire. E' un impegnno che ci siamo presi quello di vedere se siamo capaci di essere sempre più semplici e più forti. Abbiamo individuato nell'ermetismo un fattore negativo, di fuga, perché in fondo è semplice essere ermetici: ho capito io?! Tutto a posto, hanno capito tutti.

Il rapporto con Mogol è sempre di amore e odio?

E' la prima volta che mi viene fatta questa domanda ed è una cosa buffa. Il nostro rapporto è il legame di due persone di questo tempo che, dopo tanti anni di lavoro insieme, improvvisamente per divergenze di interessi si sono collocate su due rotaie distinte per cui adesso, da quattro o cinque anni circa, ci vediamo al massimo un mese all'anno e in fondo è un'esperienza bella anche per il risultato delle canzoni. Siamo due persone che forse, al limite, stanno diventando due entità del tutto diverse ma proprio per questo fanno un discorso artistico che si integra alla perfezione. Devo dire però che, al di là della musica, siamo anche due uomini che non hanno più molte cose da condividere, ma è un fatto inevitabile ritengo. Lui ha la sua vita e io la mia.

Ma come mai non scrivi tu i testi? Lui è più bravo?

Questo è evidente. Quando ho iniziato a scrivere musica scrivevo anche le parole ma risultavano piuttosto deboline. MOgol era già un autore di successo e di grande nome; ha iniziato a mettere le parole sulla mia musica e, in questo modo, anche i suoi versi hanno preso un rilievo del tutto nuovo. Ne è scaturita una combinazione esplisiva molto interessante ed è continutata. Fino a oggi andiamo molto bene così.

CONVERSAZIONE CON MOGOL (CONTINUAZIONE)

Allora cosa ne pensi? A mio avviso ci sono due affermazioni di grande interesse. In primo luogo il rifiuto meditato, preciso, a utilizzare l'ermetismo all'interno della vostra produzione. Tutto questo sembra essere in netta opposizione con quella che diverrà poi la strada artistica scelta da Battisti con Velezia e Panella. La seconda affermazione è il riconoscimento incondizionato alla tua bravura e soprattutto al fatto che, artisticamente, tutto andava sempre liscio al di là del rapporto di amicizia e frequentazione.

Indubbiamente fa effetto sentire questa registrazione, mi sembra che sia anche un documento rilevante. Lucio è una parte importante della mia vita, forse anche la più importante per quello che ho scritto. Però vederci vincenti sempre e solo in coppia lo trovo un po' una forzatura. Non posso sottacere che alcune cose che ho composto con Donida, Mango, Cocciante o Lavessi siano importanti e straordinarie. Ci sono almeno trenta canzoni che ho scritto con vari musicisti che, francamente, non mi sento di considerare di serie B. Per questo non credo si possano fare categorie, etichettature, come invece purtroppo si tende sempre a fare con noi artisti. Esiste uno stato di grazia che è possibile che diversi musicisti e autori raggiungano. Quando l'ascensore arriva a quel piano siamo nell'ottimo, nell'eccelso, nel bello. L'ascensore non arriva per tutti: Lucio c'è arrivato spesso ma non è stato il solo. Non si può negare l'importanza di certi autori con i quali ho e non ho collaborato. Il mio non è certo un discorso polemico ma solo un discorso obiettivo. Quando le canzoni sono belle sono sempre di prima categoria, a prescindere dagli autori. Per quanto concerne l'ermetismo le affermazioni di Lucio che ho sentito nell'intervista mi trovano perfettamente d'accordo. Ovviamente non mi chiedere cosa sia cambiato dopo in lui perché questo proprio non lo so.

Non pensi che si faccia un po' di confusione tra il diritto alla privacy e un doveroso rapporto che l'artista dovrebbe avere con il suo pubblico?

No, io no. Io penso che la scelta del diritto alla privacy è compiuta dall'artista ed è un suo sacro diritto. E' l'artista che deve decidere che cosa dare al pubblico di se stesso. Il pubblico può anche rifiutare il personaggio ma non può vantare pretese sull'uomo. Ogni essere umano ha diritto alla sua libertà e alla sua riservatezza. Per esempio Lucio ha fatto la sua scelta e ha pagato la sua decisione. Ha avuto quello che doveva avere, ha dato quello che doveva dare, ma non esisteva un "dovuto". Può darsi che abbiamo un rimpianto per non averlo visto sul palcoscenico, perché quello che la gente non sa è che lui era un cantante bravissimo soprattutto dal vivo. Era affascinante in concerto, ma il suo modo di fare schivo non possiamo certo considerarlo un abuso, ci mancherebbe altro.

Su questo sono pienamente d'accordo, anche se credo che la gente, i fan, abbiano diritto almeno a un sorriso. Ma tornando a voi, quale credi sia il vero motivo del successo inossidabile del vostro sodalizio? Perché la gente vi ama tanto?

Un gruppo musicale di ragazzi diplomatosi al Centro Europeo di Toscolano si chiama "Il mio canto libero", dal titolo di un canzone scritta appunto con Lucio. Credo che in certi anni delicati, che hanno caratterizzato il nostro paese, io e Battisti abbiamo veramente rappresentato una libera alternativa a un tipo di musica catalogata, rigida, quasi precettata. Ci furono dei cantautori che accettarono di buon grado questa sorta di precettazione ben sapendo che ne avrebbero ricevuto indubbi vantaggi. Noi invece credevamo solo in quello che facevamo senza porci tante domande, rispondendo solo alle necessità della nostra ricerca, senza troppi calcoli e senza andare dietro al pubblico, anzi, andavamo avanti. Indubbiamente ci siamo anche creati dei nemici come sempre succede a chi ottiene un vasto consenso popolare; però era arduo etichettarci come banali o obsoleti, e questo la gente lo capì.

Pensi che Battisti sarebbe stato un buon maestro nella tua scuola?

Sicuramente non troppo loquace, probabilmente avrebbe fatto parlare la sua chitarra o comunque uno stumento musicale. Ma la sua presenza, senza offesa per gli altri, avrebbe rappresentato un mondo da scoprire per i miei allievi.

Uno dei motivi per cui la gente si riconosce nella vostra musica è il fatto che avete cantato molto l'amore e le relative sfaccettature. Fu casuale o voluto?

Sai che i miei testi sono quasi sempre autobiografici; nel periodo in cui collaborai con Battisti sono accadute molte cose importanti nella mia vita sentimentale e qusto, inevitabilmente, si è proiettato anche sui testi. In alcuni casi, laddove la musica non ispirava vicende personali, mi piaceva seguire ciò che istintivamente la melodia sapeva suggerirmi: un personaggio primitivo oppure una personalità femminile con il relativo universo da esplorare. Sicuramente insieme abbiamo sviscerato molti aspetti delle problematiche di coppia e averlo fatto in maniera semplice e non banale ha fatto sì che il tutto diventasse un po' la colonna sonora di molte persone che hanno ritrovato "quadretti" della loro esistenza nelle nostre canzoni. Naturalmente il tutto è stato spontaneo e mai forzato; è un grande errore forzare l'ispirazione, una trappola nella quale non sono e non siamo mai caduti.

Mogol-Battisti: una coppia distante dal sociale e un po' qualunquista. Come avete reagito a queste accuse del dopo '68?

Andando avanti per la nostra strada, privilegiando il nostro concetto di qualità senza seguire le ideologie alla moda. E poi, cosa voleva dire occuparsi del "sociale"? Noi abbiamo fatto della cultura popolare proponendo le nostre opere come fossero film, fotografie, illustrazioni della nostra libertà interiore e questo, forse, ha generato l'invidia di qualcuno. Non ci preoccupavamo di avere un riscontro al nostro atto creativo.

Tu sognavi la Nuova Zelanda: avresti portato anche Lucio?

E' stato un periodo, un attimo un po' lungo della mia vita. Mi sarebbe piaciuto rinnovare la mia storia, insieme a quella di altri amici, in un altro continente ma poi, come recita il testo di "Una giornata uggiosa", ho preferito il mio paese "infine dignitoso".

E Lucio?

Sarebbe stato comunque e ovunque sempre il benvenuto.

Io credo che neanche Raimondo e Piero D'Inzeo riuscirono a fare una cavalcata più famosa di quella vostra da Milano a Roma. L'idea fu mia, Lucio, più che altro, fu una vittima di questa impresa. Era il 1970, questo lo ricordo bene soprattutto perché ci fermammo a guardare la mitica semifinale dei mondiali di calcio tra Italia e Germania. Eravamo giunti a Forte dei Marmi: legammo i cavalli fuori dal bar e vedemmo la partita. Furono diciannove giorni di cammino; la difficoltà maggiore consisteva nel trovare le stalle. Facemmo più di 1000 chilometri e avevamo una discreta media, circa 50 chilometri al giorno. Avevamo l'assistenza di un tecnico equestre, anche se diceva che ero un po' matto; per me era una sfida, volevo dimostrare che potevo farcela, una sorta di marcia ecologista. Ricordo che un fotografo ci aspettò sugli Appennini e ricordo anche il freddo che faceva. Credo veramente che Lucio mi abbia seguito più per amicizia che per convinzione.

Poi non ti seguì più...

Infatti. L'anno dopo proposi a Lucio una nuotata attraverso il fiume Po, da Pavia a Venezia. Allora si poteva ancora fare, il fiume non era così sporco. Però in quel caso Battisti si defilò rispondendo che non poteva venire in quanto il medico glielo aveva proibito. Era sicuramente una bugia. Comunque lo capisco, anche se mi sono pentito di non averlo fatto lo stesso: fu come ammettere la propria fragilità.

Siete la mitica coppia della musica leggera. Cosa ne pensi? Ti senti un mito?

Sono contento di essere stato al posto giusto nel momento giusto. Ho combattuto e combatto - soprattutto al CET - il divismo in tutte le sue forme, principalmente quella ingannevole, capace d'immiserire lo spirito di un uomo. Devo dire però, in tutta sincerità, che sono fiero di aver partecipato a quella che ritengo essere stata una "rivoluzione culturale" nel panorama della musica leggera italiana. Tutto quello che è accaduto dopo, inevitabilmente, non può che confermare e rafforzare quanto di bello c'è stato nella mia vita. Come disse una zingara a mia madre: «Suo figlio ha una stella bianca ben augurante sulla fronte. Vedrà che lo seguirà sempre».

Una stella che è mancata a Lucio. Battisti era già morto per te?

Assolutamente no! Qualche volta ci sentivamo; il più piccolo dei miei figli (grande estimatore di Lucio) era andato a trovarlo in Sardegna ed ebbe un ottimo incontro con lui. Alcuni mesi dopo lo rincontrò a Molteno ma era cambiato: probabilmente la malattia si era già fatta strada. Comunque direi che Lucio non solo non è morto ma è ancora vivo, è una parte di me che nessuno potrà cancellare.

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