MADREPENNUTA
ALBERTO RADIUS

Alberto Radius con la sua inseparabile chitarra
Negli anni 70, Radius ha rappresentato
il punto di riferimento ed il punto di arrivo per moltissimi chitarristi, non
solo Italiani, spartendosi con Franco Mussida, il trono di miglior chitarrista
Italiano. Di Alberto non si sa molto, forse è l’unico artista di livello
italiano, a non avere un sito internet, anche se vanta da sempre numerosissime
apparizioni televisive sulle reti nazionali nei programmi più importanti.
Lo stile di Alberto è assolutamente inconfondibile, ed al contrario di molti
chitarristi anni 70/80, ha saputo rinnovarsi nel tempo, ma ha sempre preferito
alla “performance” uno stile, una armonia di note, che lo rendono unico ed
inimitabile, questo per sua libera scelta.
“Se senti la musica di Puccini e poi Battisti, Dalla, Battiato, De Gregori, ...,
li senti belli, ma senti che spesso trovi un pezzettino, un frammento di
Puccini, con cui si è fatto poi tutto un pezzo, oppure tornado ad un
chitarrista, se senti per esempio Satriani, dici ma questo l'ho già sentito fare
con il violino 500 anni fa da Paganini. La forza della buona musica sta qua, non
muore mai e si rinnova sempre.”
Certo su questo artista romano, lodigiano di adozione, si potrebbero elencare
altre collaborazioni importanti, con la PFM, con Loredana Bertè, Giuni Russo, ma
in questa sede vorrei parlare di questo disco, che sta riscontrando un discreto
successo di vendite, anche grazie allo “special price”, con cui è stato messo in
vendita (più o meno di 10 euro).
Era dal 1985 che Radius non usciva con un lavoro tutto suo (7 dischi personali
inediti all’attivo dal 1972, altrettanti con la Formula 3 della quale è il
leader assoluto) , in una intervista di qualche tempo fa, dichiarò che da tempo
stava lavorando ad un disco, ma non aveva nessuna fretta di farlo uscire perché
pensava che per la buona musica c’è sempre tempo. Che dire.. aveva proprio
ragione.
“La musica non ha tempo, io non ho paura di uscire fra 5 anni, perchè se un
pezzo è forte, e forte anche fra 5 anni.”
“Please my guitar” è un LP contenente 10 brani inediti, assolutamente in stile
Italiano ed assolutamente cantati, non è quindi un disco strumentale. Tutti i
testi sono stati scritti da Oscar Avogadro, collaboratore, fra gli altri, di
Mauro Lavezzi. Naturalmente Alberto ha arrangiato il disco, suonato tutte le
chitarre ed il basso elettrico, mentre la batteria è stata suonata da Alfredo
Golino, le tastiere da Paolo Perduca, recentemente scomparso in un incidente
stradale, e l’organo hammond Mauro Gazzola.
Il disco risulta assolutamente piacevole all’ascolto, in pieno stile “made in
Italy”, ma assolutamente originale nei contenuti musicali, sfiorando stili quali
il blues, il rock melodico e la classica ballata italiana. Particolarmente
curati risultano i suoni delle varie chitarre (acustiche ed elettriche), in
pieno stile “vintage”; della batteria, Golino è a mio parere uno dei più bravi
batteristi italiani, assolutamente geniale l’utilizzo di alcuni delay sulle
parti cantate.
I contenuti dei testi variano su temi quasi mai banali, discorrendo di argomenti
assolutamente attuali, ma senza la presunzione di voler per forza insegnare
qualche cosa a qualcuno o con l’intenzione di fare proclami. Argomenti quali il
calcio, la vita carceraria, la superficialità di alcuni nuovi artisti, ma anche
tematiche legate all’infanzia, al tempo che passa, ai legami familiari, sono
trattati con intelligenza e molta ironia, la stessa ironia che contraddistingue
l’uomo Alberto, un personaggio davvero atipico, di grande cultura non solo
musicale, un esempio di modestia, semplicità e di simpatia.
Non saprei inquadrare, fra i 10, il pezzo clou del disco, forse lo è “Please my
Guitar” semplicemente perché ha dato il titolo al disco. Tutti i brani, a mio
parere, sono belli e curati allo stesso modo, questo probabilmente grazie al
fatto che questo disco, totalmente prodotto dall’autore, registrato nell’ormai
storico studio milanese di via Bazzini, è uscito senza fretta e senza nessuna
scadenza di tipo contrattuale o commerciale, come solitamente accade agli autori
sotto contratto con case discografiche, obbligati a sfornare a scadenza per
ovvie ragioni di business.
Tra le 10 tracce, è difficile dare un giudizio di ogni brano, poiché sono tutte
delle belle canzoni, davvero entusiasmanti da ascoltare. Personalmente segnalo
“Nella clessidra che va”, “Di qualcosa” e “Rimini e me”, ma non voglio certo
influenzare i futuri ascoltatori di questo bel disco che consiglio assolutamente
di comprare! Ve lo raccomando: è davvero un disco da avere nella vostra
collezione. Non mi rimane altro che augurarvi un Buon ascolto!!!
Giovanni Lombardo
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Foto tratta dalla copertina dell'album "Radius" del 1972
Durante gli anni ’70, la scena musicale
italiana non era dominata solo da “canzonette leggere”, facili all’ascolto.
Accanto ad esse, ruotava tutto un mondo alternativo, politicamente e socialmente
impegnato, attento al panorama anglosassone, al quale ha in parte attinto.
Proprio a questo filone appartiene l’eccentrico chitarrista Alberto Radius. Il
suo virtuosismo ha caratterizzato le produzioni di storiche band, come la
Formula 3 - che ha accompagnato Lucio Battisti nelle sue rare performance live -
con la quale ha dato vita a intramontabili classici: da Eppur mi son scordato
di te a Sole giallo sole nero. Ha poi fondato, insieme ad altri
celebri nomi della musica italiana, il super gruppo denominato Il Volo, composto
fra gli altri dall’arrangiatore, compositore Vince Tempera e da Mario Lavezzi.
La verve creativa di Radius si è sprigionata nel 1972, anno in cui ha realizzato
il suo miglior lavoro da solista, al quale hanno partecipato noti musicisti del
calibro di Franz Di Cioccio, storico componente della PFM, e Demetrio Stratos,
compianto vocalist degli Area, formazione che ha lasciato un’indelebile impronta
nella storia della musica “popolare e politicizzata”. L’album, che porta il suo
stesso nome, è ricordato ancora oggi come una delle jam-session più
rappresentative del rock targato made in Italy. Sono trascorsi più di trent’anni
da allora e fra una collaborazione e l’altra, Radius non ha abbandonato lo
spirito che animava quell’epoca. Ciò è percepibile ascoltando il suo nuovo
lavoro Please my guitar, da lui stesso prodotto.
Le dieci tracce che lo compongono sono tutte inedite, nate istintivamente, non
in funzione né di un’audience di massa, né tanto meno dei dettami del mercato
discografico. Anche i testi rispecchiano questo sentire. Alcuni brani affrontano
importanti problematiche sociali, come Dietro le sbarre: una denuncia
delle condizioni di vita nelle carceri, sorta di luogo in cui “il medioevo
sembra moderno”. E ancora, ne Il calcio è un’altra cosa Radius rivolge
una dura critica contro la violenza negli stadi, ma anche verso un fenomeno che
caratterizza la gestione calcistica degli ultimi anni: l’eccessivo sperpero di
denaro. Non mancano poi riferimenti alla situazione internazionale, con richiami
più o meno espliciti all’attuale politica estera statunitense. Ma come nella
migliore tradizione del rock, l’aspetto “impegnato” viene controbilanciato da
una buona dose di sarcasmo, intriso da amarezza e voglia di rivalsa. Con questo
nuovo album, Radius esprime se stesso, le sue idee e, soprattutto, la passione
per la musica, quella non costruita a tavolino, ma nata dalla voglia di
comunicare temi non banali affrontati, come sempre, in modo onesto e coerente.