MADREPENNUTA
ARTICOLI DELLA STAMPA
Il cantautore si è spento dopo un lungo periodo trascorso "blindato" insieme alla sua famiglia
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ADDIO, LUCIO BATTISTI: DOPO TANTI ANNI DI
SILENZIO TORNI A VIVERE NELLA LEGGENDA
Milano, settembre 1998.
Ora il sipario nero è sceso per sempre, e non si alzerà mai più:
l'ultimo atto della tragedia è andato in scena. E sul finale non scroscia
l'applauso, ma piovono lacrime, ricordi e rimpianti. Si diceva, di Lucio
Battisti, che era "scomparso" vent'anni fa, quando decise di tagliare
i ponti
con il mondo, di ritirarsi in una volontaria clausira sfuggendo non solamente i
fotografi, i giornalisti e qualsiasi occasione di uscita pubblica vagamente
mondana,
ma addirittura gli amici di una vita.
Purtroppo ora si possono togliere le virgolette a quella parola, scomparso,
perché
è stata la vita a tagliare i ponti ocn Lucio Battisti: lui ha chiuso gli occhi
in un giorno di
fine estate, sei mesi dopo aver compiuto cinquantacinque anni. Le sue note
magiche, le
sue melodie tessute con il filo delle emozioni, non hanno potuto esorcizzare né
il male, rimasto
misterioso fino all'ultimo, come buona parte della usa esistenza, né la morte.
Ospedale San Paolo di Milano, mercoledì mattina: il triste quanto scarno
comunicato della
direzione generale viene diffuso quando già Battisti ha cessato di vivere da
qualche ora. Quando
già la moglie Grazia Letizia e il figlio Luca, che avevano raccolto il suo
ultimo respiro, se ne sono andati.
Dice quel comunicato: «Con grande tristezza la direzione generale dell'Ospedale
San Paolo comunica che
questa mattina alle ore otto, il signor Lucio Battisti, nonostante tutte le cure
prodigate dai sanitari che l'hanno
assistito, è deceduto per intervenute complicanze in un quadro clinico severo
fin dall'esordio».
Non una parola sulla natura di quel quadro clinico: la riservatezza voluta dai
familiari fin dal primo giorno
di ricovero, diciamo pure il mistero tenacemente difeso all'ultimo sulla
malattia di Lucio, sembra destinato a
protrarsi anche dopo che lui ha lasciato questo mondo. Arrivano le avanguardie
dei fotografi, i più veloci con le
moto. Poi un po' alla volta tutti gli altri. Arrivano i giornalisti della carta
stampata, taccuino, registratore e cellulare.
Come i colleghi delle televisioni, che hanno al seguito gli operatori, i
cameramen, i tecinici del suono: tanti professionisti
dell'informazione per Lucio, che da vent'anni non aveva più voluto saperne di
loro. L'ultima intervista è del 1978, ma lui
non sapeva che la persona con la quale si stava confidando fosse un giornalista.
Tutti qui, adesso, per sapere qualcosa sulla sua
morte. «La moglie è dentro?», è la domanda che corre di bocca in bocca. «E
Luca, il figlio?». «No, sono andati via
poco dopo che lui è morto. Perché lì non avevano niente da fare, e anche per
evitare l'assalto della gente». Parole
di qualcuno che li ha visti. Noi giornalisti siamo l'ultimo pubblico di Lucio.
Non sono corsi invece davanti
all'ospedale i fan, i ragazzi di ieri, che sulle musiche di Battisti e sulla
poesia di Mogol sognavano amori teneri e
sofferti; che percepivano quelle canzoni come lo specchio dei loro sentimenti. E
non c'erano neanche i giovani
d'oggi, i loro figlio, che continuano a emozionarsi su quelle melodie ormai
datate, rimaste come un vivido eco della musica.
Corrono i minuti, vogliamo sapere come si chiama il male che ci ha portato via
un cantore insuperabile. Si chiede l'aiuto
del direttore generale del San Paolo, il dottor Franco Sala: ma dal suo racconto
si riescono a ricostruire, a malapena, le ultime angosciose ore, nella stanza della Terapia intensiva. Battisti era
stato trasportato lì lunedì 7,
dalla stanza che occupava al reparto Medicina, per problemi respiratori che
complicavano una situazione clinica disperata.
All'una di notte «la situazione è precipitata». Parole del direttore
generale, dalle quali si può desumere
che a quell'ora sia iniziata l'estrema agonia del povero Lucio. Diciamo
"esterma", agonia in senso medico, cioè
le ore o i minuti che precedono la morte, poiché l'agonia di Battisti in senso
improprio, fisica e spirituale, era iniziata
già da molto tempo. Giaà prima del 29 agosto, quando si diffuse la notizia che
da qualche giorno era ricoverato all'Ospedale
San Paolo dopo un intervento chirurgico subìto in un clinica privata.
All'una di notte, diceva il dottor Sala, la situazione è precipitata. Moglie e
figlio non erano con lui, poiché nel reparto
di Terapia intensiva (la sua era una stanza a quattro letti) può rimanere
soltanto il medico incaricato di controllare i parametri
vitali del paziente durante l'intero arco delle ventiquattro ore. Ma quando il
medico di turno ha capito che ormai non c'era
più nulla da fare, che quel groviglio di tubi e di aghi collegati ad apparecchi
dall'aspetto sinistro non
avrebbero ancora tenuto in vita Lucio per molto, allora è stata avvertita la
famiglia. «Dottor Sala, è vero che il male di
Battisti era un linfoma al fegato?». Risposta all'inglese: «No comment»,
nessun commento. La linea della privacy più rigorosa
non viene meno: ma nel manipolo dei giornalisti che cercano di sapere, questa
tremenda diagnosi circola con una consistenza
che sembra più di un'ipotesi. Linfoma maligno, cioè in parole più brutali un
cancro al fegato, che peraltro è una
forma tumorale abbastanza rara. «Non so nulla, e se sapessi non potrei parlare»:
il ritornello di chiusura totale all'informazione,
che ricorreva tra il personale medico e paramedico da quando s'era diffusa la
notizia del ricovero di Battisti,
ha assunto toni addirittura più secchi e preoccupati dopo la sua morte. Quella
che si coglie, all'interno
del complesso ospedaliero, è una atmosfera di altissimo timore, per non dire di
paura: il timore che anche
una mezza parola di troppo, una rivelazione anche parziale, possa costare
sanzioni severe, magari la perdita del posto.
E forse è proprio così. Linfoma al fegato: il male di cui si era già parlato,
sia pure al condizionale. Adesso cìè chi lo dà
per certo, con l'aggiunta di qualche altro penoso particolare. Lucio Battisti,
prima di essere ricoverato al San Paolo, aveva
subìto un intervento chirurgico alla clinica privata (sempre di Milano), la
Capitanio: l'operazione, in sé riuscita,
riguardava la colecisti. Ma è stato proprio in occasione di quell'intervento
che i chirurghi hanno scoperto l'orribile verità
dell'altro male: il tumore maligno, già in fase abbastanza avanzata, che s'era
annidato nel fegato, l'organo più
importante del corpo umano, dopo il cuore. E probabilmente dal fegato le cellule
cancerogene erano già schizzate
in altri organi, per quella malefica propagazione che in medicina si chiama
metastasi. Da lì l'inderogabile decisione di
trasferire immediatamente il malato in una struttura pubblica, attrezzata per le
cure necessarie ad un caso clinico
tanto grave. "Polichemioterapia" viene definita la cura che è toccata
al povero Lucio: cioè diversi cicli, diversi
"moduli" come si dice in termini medici, di flebo a base di sostanze
antitumorali. Una terapia che se da una parte
può fermare o rallentare la progressione del cancro, dall'altra produce effetti
nefasti sull'organismo: dalla perdita
dei capelli alla debilitazione organica, psicofisica, che assale il paziente
dopo ogni seduta. Fuori dal San Paolo,
e dentro per quel poco che si riesce a penetrare («Ha un parente ricoverato?
Come si chiama? In quale reparto?»
ti bloccano quelli della sicurezza e delle informaizoni) le voci si rincorrono.
«Ma si può sapere che cosa aveva?».
Domanda senza risposta rivolta ai giornalisti da un tipo bislacco, tutto in
nero, che sventola un cartello con su scritto
"Amo Battisti", e manda a tutto volume un registratore dal quale esce,
oggi commovente come mai, il canto di Lucio:
è Mi ritorni in mente. Si rincorrono le voci e una dice che un certo giorno è
stato necessario interrompere il ciclo
di chemioterapia, poiché il fegato, intaccato anche dalla cirrosi epatica, non
la sopportava più. Dev'essere stato
due giorni prima della morte, quando dal reparto di Medicina l'hanno trasportato
d'urgenza a Terapia intensiva.
E allora la situazione, già gravissima, s'è fatta disperata. Anche perché
l'organismo di Battisti era compromesso
da un altro guaio: la dialisi cui doveva periodicamente sottoporsi, in seguito
all'intervento chirurgico a un rene,
subìto più di un anno fa. Adesso, davanti all'Ospedale San Paolo, oltre ai
giornalisti e a qualche curioso sparso, è
arrivata anche la polizia: è morto un grande, è morto un artista, e chissà,
potrebbe presentarsi qualche problema
di ordine pubblico. Ma non c'è ressa, come nei primi giorni, quando si seppe
che Lucio Battisti stava male, molto male.
I giornalisti e i pochi curiosi poi se ne andarono, quando si diffuse la notizia
che le condizioni erano "stazionarie",
e da quella parola si credette, sbagliando, di intuire un miglioramento. Se ne
andarono dopo che il direttore generale
li aveva pregati di farlo, per lasciare tranquille le altre centinaia di malati
dell'ospedale, e i loro parenti.
Ora sono di nuovo tutti qui, ma non c'è ressa, dicevamo, c'è solo un gran
rispetto. «Gli ho portato l'Olio degli
infermi, il sacramento che una volta si chiamava Estrema Unzione, e gli ho
impartito l'ultima benedizione, alle sedici
del pomeriggio prima che morisse», dice padre Bruno, dei Camilliani, il
cappellano dell'ospedale. «Aveva ancora
quegli ultimi momenti di lucidità che si percepiscono dagli occhi e
dall'espressione del volto»
Il sacerdote avrebbe voluto portare i conforti religiosi a Battisti fin dal 30
agosto, giorno in cui è rientrato
dalle ferie: «Ma la caposala del reparto Medicina mi ha risposto: "Non
adesso, forse più avanti", proprio perché lui
aveva difficoltà a parlare». Tre volte padre Bruno ha incontrato Lucio che si
stava spegnendo: la prima sabato
sera, mentre lui stava riposando. In quell'occasione ha parlato con il cognato
«che mi ha confessato di essere pronto al
peggio, vista la piega che aveva preso la situazione». Poi domenica mattina,
infine martedì pomeriggio, poche
ore prima che spirasse. Lucio Battisti non era cosciente, circostanza confermata
anche dal direttore generale
dell'ospedale. Non era giù più cosciente, con molta probabilità subito prima
del ricovero a Terapia intensiva.
Don Bruno: «Già domenica mattina, quando sono andato a visitarlo, Battisti era
in una fase terminale e
non parlava quasi più». Vorremmo vedere una ultima volta Lucio, anche
nell'immobilità del sonno eterno. Apparì
l'ultima volta in televisione nel '76, e le foto più recenti risalgono a
quell'anno, o sono addirittura anteriori.
Quelle successive che circolano sono "rubate", scattate di straforo, a
una certa distanza e con il
teleobiettivo. Quelle, per intenderci, che lo mostrano appensantito, un signore
ben oltre la mezza età,
dai capelli grigi, vestito alla meno peggio. Vorremmo vedere una ultima volta
Lucio, anche il suo estro
creativo e la sua voce sono spenti per sempre. E ci proviamo. Il direttore
generale dell'ospedale ha
detto che il corpo riposa nella camera ardente due piani sotto l'ingresso,
aggiungendo che resterà lì per
24 ore, il tempo di "osservazione" stabilito dalla legge. All'ingresso
principale che porta alla camera ardente,
in via Vigilio accanto al Pronto soccorso, montano la guardia due poliziotti.
Niente da fare, da quella
parte. Allora proviamo dall'ingresso secondario, che qualcuno ci ha indicato.
Atrio dell'ospedale, ascensore,
premere il tasto per il secondo piano sotterraneo. Scendiamo. La porta
dell'ascensore si spalanca su un lungo
corridoio dalle pareti grezze, in grigio, rischiarato da una spettrale luce al
neon. Il soffitto è quasi
interamente coperto da un intrico di tubi e manichette, l'impianto di
condizionamento e di riscaldamento.
Eccola là in fondo, la porta dal vetro smerigliato. In caratteri blu, su sfondo
grigio, c'è scritto "Camera ardente".
Ma c'è scritto anche qualcosa d'altro, su un foglio contenuto in una cartellina
trasparente e appiccicato al
vetro con il nastro adesivo. Un breve messaggio, che avverte: "ACCOGLIENDO
LA RICHIESTA DEI
FAMILIARI, LA SALMA DEL SIGNOR LUCIO BATTISTI PUO' ESSERE ASSISTITA OPPURE
VEGLIATA SOLTANTO DAI SIGNORI LUCA BATTISTI, GRAZIA VERONESE, MARIO VERONESE,
ALBA RITA BATTISTI E SERGIO VERONESE". Vale a dire il figlio (25 anni, è
arrivato da Londra, dove
studia, pochi giorni dopo che il padre è stato ricoverato in ospedale); la
moglie Grazia Letizia (stavano insieme
dal 1968, si sposarono nel 1976, tre anni dopo che era nato Luca) e poi i
parenti più stretti: Alba Rita, la sorella;
e i due cognati, i Veronese.
Impossibile che possa arrivare il
padre Alfiero, 87 anni, che vive a Roma, e nonostante sia un vecchietto arzillo
e
quanto mai burbero, in buona salute (va a fare la spesa tutte le mattine dalle
parti di Santa Croce in Gerusalemme,
dove abita) non è in grado di affrontare il viaggio. «Lei è parente di
qualche defunto che riposa nella camera ardente?»
domanda un infermiere in camice verde spuntato fuori dal nulla. Ma già conosce
la risposta, ha intuito a naso che siamo
qui per un ultimo saluto al grande Lucio dei misteri, in vita come in morte. «Ho
capito, ma mi dispiace, non si può: il
cartello parla chiaro, e la direzione ha impartito disposizioni rigorose».
Pazienza. La porta dal vetro opaco rimane
chiusa, noi risaliamo in superficie, dove le voci continuano a rincorrersi, dove
i furgoni attrezzati delle televisioni,
antenna parabolica sui tettucci, danno al gelido panorama dominato dall'edificio
ospedaliero un vago tocco di fantascienza.
Poco dopo arriva un comunicato ufficiale del parroco che celebrerà la funzione.
Il funerale sarà officiato in forma
strettamente privata e si svolgerà all'interno del residence Dosso di Coroldo
di Molteno, vicino a Lecco,
dove abitava Lucio Battisti. D'altra parte la cappella è piccolissima e vi
possono entrare al massimo trenta,
quaranta persone. Qualcuno invece aveva pensato che il funerale si srebbe svolto
a Roma visto che la famiglia
di origine si trasferì nella Capitale tanti anni fa. Già, tanti anni fa, nel
1950, quando Lucio aveva sette anni,
e ancora l'idea di farsi prete, maturata un paio d'anni prima, quando serviva la
Messa al paese, non lo aveva
abbandonato. Poi quell'idea se ne andò da sola. E lui ricordando quella
"vocazione" infantile, e ormai già arrivato
in cima ala scala del successo (siamo nel 1972) dichiarava: «Servivo Messa
verso i quattro, cinque anni di età.
Sono passato da questa mania all'opposto: non vado mai in chiesa, adesso. Credo
in Dio, ma non sono un
cattolico osservante». Chissà se in tutti questi anni era cambiato, da quel
punto di vista. Così com'era cambiato
il suo carattere, diventato da più di vent'anni chiuso, diffidente verso il
prossimo, scontroso. Così come era cambiata
(irriconoscibile: come se fosse stata di un altro, molto meno bravo e molto meno
geniale di lui) la sua musica dopo
la "scomparsa", dopo la rottura con il parolire Mogol che durante
quindici anni di sodalizio, nella professione e nell'amicizia,
era stato per lui un affettuoso maestro nel mondo della musica e nella vita.
Chissà qual era oggi il pensiero di Lucio
Battisti su Dio e sull'Aldilà. Ma qualunque fosse quel pensiero, ora il grande
segreto gli si è svelato. Mentre
noi lo piangiamo, forse lui, sensibile creatore di emozioni, gioisce
dell'emozione più grande, quella che sulla
Terra non si può provare.
Dino Cimagalli e Antonio
Fortichiari