MADREPENNUTA

DIVENTERO' PIU' RICCO DI ONASSIS
Subito dopo la rassegna musicale del Cantagiro, la popolarità di Lucio cresce e anche l'universo femminile ne rimane affascinato tanto da esser stato intervistato dalla rivista Bella.
Il cantautore più popolare del momento è sicuro che riuscirà a guadagnare una montagna di soldi: intanto, però, continua a
vivere in un modestissimo appartamento di due stanze e a girare in "cinquecento".

Lei è popolare suppergiù da un anno, Battisti: cosa le ha dato e che cosa le ha tolto questo sul piano umano?

Mi ha dato molto, tolto direi niente. La libertà? L'assillo dei fan? È chiaro che se uno va in giro con l'etichetta del
divo appiccicata in fronte mica può sorprendersi se poi la gente gli salta addosso. Io però non lo faccio. Mi guardi:
barba lunga, sandali da francescano, maglietta da tremila lire ai grandi magazzini...

E i capelli, Battisti? Quella specie di carciofo rovesciato che si porta in testa: non mi dirà che è un'acconciatura da
divo, questa?

E invece glielo dico. Perché io non mi pettino così per colpire il pubblico: mi pettino così perché mi piaccio così. L'ho
scoperto una mattina svegliandomi e dando un'occhiata allo specchio: chioma incolta tipo baluba. «Ma come sono
carino», mi son detto. E ho annullato l'appuntamento col barbiere.

O forse gli ha chiesto una permanente.

No i riccioli li ottengo lavandomi i capelli da solo e poi spettinandoli mentre li asciugo col fon.

Interessante. Un modo come un altro per somigliare a Bob Dylan, no?

No. Adoro Dylan, l'ho studiato a lungo, mi sono ispirato a lui ma poi l'ho volutamente dimenticato, al momento di
mettermi a cantare. Non basta l'aspetto esteriore per far successo: bisogna avere qualcosa dentro la testa, non
fuori. Counque, se questo può metterla tranquilla, pensi che magari domani apre la Tv e mi vede rapato a zero,
vestito di grigio come un gentleman di Bond Street, o con una bella cravatta a pois come il macellaio di Csamicciola
oppure con baffoni alla mongola come li portavo fino a pochi anni addietro, quando facevo la gara di lunghezza
baffuta con Livio dei Camaleonti. Sono un imprevedibile, io, un grande imprevedibile.

Imprevedibile, e poi?

Timido e introverso.

Il suo peggior difetto?

Difetti ne ho tanti che non so quale sia il peggiore. Forse il dire sempre quello che mi passa pe la testa, e siccome
quello che mi passa per la testa è frutto di un ragionamento ma io non spiego il ragionamento ma sbatto in faccia
solo la conclusione, sembro più spietato di quel che sono.

La qualità di cui vai più fiero?

L'avere ancora tanti capelli.

Le interessano i soldi?

Come mezzo per fare quello che voglio. Un giorno ne avrò molti, ne sono sicuro. Un giorno diventerò ricchissimo.

Beato lei. Ma intanto: cosa ha fatto con i primi guadagni?

Pagato i debiti.

Passiamo all'amore: è innamorato?

Sì.

Di Grazia Letizia Veronese, anni ventisei, impiegata in una casa discografica?

Sì.

E si sposa?

No.

Perché?

Perchè non ne sento il bisogno. Ma domani magari cambio idea e vado in chiesa in tight.

Cosa significa l'amore, per lei?

Ciò che aiuta a superare tutte le sberle che ricevi dalla vita giorno per giorno. L'altra sera ero in tram, e ho visto
due vecchietti ultraottantenni con un mondo tutto loro, e ho capito che solo l'amore poteva aiutarli a campare, a
superare la tristezza dell'età, la paura della morte, delle malattie...

E lei, di che cosa ha paura?

Della sofferenza. Morale o fisica non ha importanza.

E non di perdere la popolarità?

No. La popolarità mi serve per poter dire quello che ho dentro, perché è chiaro che se non sono popolare non vendo
un disco e se non vendo un disco nessuno è così pazzo da farmeli incidere... Ma non sopravvaluto niente, non vivo
né in funzione dell'applauso né dell'essere riconosciuto per strada. Per ora mi va bene: quando sarà finita farò il
direttore artistico di una casa discografica. Oppure continuerò come produttore: l'ho fatto per i Dik Dik, lo sto
facendo per un complesso formidabile che si chiama Formula 3, potrò farlo per chiunque.

Ha un sogno?

No. Quelli della mia infanzia li ho tutti realizzati. Sono un uomo ragionevaolmente felice. Mi diverte scrivere
canzoni e scrivo canzoni. E poi le canto.

Solo perché la diverte?

No. Anche per capire e farmi capire dal prossimo. Ma è difficile: la gente ti fraintende sempre, e da quando l'ho
scoperto mi son detto «tanto vale fare ciò che ti garba» e sono stato felice. vivendo come mi pare, tenendo l'auto
che mi pare (la Cinquecento), la csa che mi pare (due stanze e cucina) nessun «condizionamento» perché faccio il
cantante e la prassi vuole con le pelli di zebra e il guardaroba di Carnaby Street.

Insomma, lei è diverso.

Sì, perché sono cresciuto artista.

Come Michelangelo.

Come uno che trova gioia e pace a chiudersi in casa, staccare il telefono e suonare la chiatarra per dodici ore di
fila. Uno che non ama le partite di calcio, le macchine i week-end a Santa Margherita... Ma sono diverso come
persona, non perché faccio il cantante. Lo sono sempre stato, da quando avevo diciott'anni e mel o rinfacciavano
tutti. Ma io ho avuto un'infanzia e un'adolescenza tristi, e sono cresciuto pieno di complessi, e i miei amici
andavano a ballare, andavano a donne e io li osservavo e creavo un mondo tutto mio... Colpa di un'educazione
troppo conformista, anche se datami in buona fede. Sentivo di dovermi comportare in un altro modo, ma ne ero
condizionato, e ci soffrivo come un pazzo e ogni giorno era un complesso nuovo. Solo oggi mi sento libero, e solo
oggi riesco a parlare con mio padre, a fare un discorso che vada più in là del «ciao come stai» Oggi che, al limite,
oltre la musica potrei non aver bisogno d'altro.

Musica intesa come messaggio al popolo, immagino?

No, nessun messaggio: Mogol ed io facciamo le cose che piacciono a noi, e poi scopriamo che la gente le ama, ci si
identifica, e ogni volta è una sorpresa e una gioia grandissima.