MADREPENNUTA

 

LUCIO BATTISTI E' L'ANTI-MORANDI
Si meraviglia quando folle di ragazzi gli chiedono l'autografo; gli dispiace sprecare i fogli del suo blocchetto per vergare il suo nome. Ma la cosa che più lo stupisce è che la gente paghi il biglietto per andare a sentire le sue canzoni. In questa atmosfera di divi, reucci e altri titolati della canzone, la provincialità semplice e sincera di Lucio Battisti certo non dispiace.

Il successo (già in gestazione a Sanremo, e nato durante l'ultimo Cantagiro) gli fa
sorridere gli occhi tristi, gli increspa le labbra carnose, gli fa scoprire denti corti,
distanti, da bambino bugiardo. Ma tutto si ferma a questa gioiosa metamorfosi
esteriore. Dentro, Lucio Battisti è rimasto tale e quale. Non una piega della sua
personalità è cambiata. È sempre il ragazzo di Poggio Bustone - un comune del Lazio
di 2.158 abitanti - con le ingenuità, le rabbie, le illusioni e le delusioni del ragazzo di
provincia. Si meraviglia quando folle di ragazzi gli chiedono l'utografo, e si dispiace
quando e costretto a usare i fogli del suo blocchetto notes (se lo porta sempre
appresso) per vergare il suo nome. Ma la cosa che lo stupisce maggiormente è che la
gente paghi il salato bigiletto per andarlo a sentire e a vedere nelle sue serate.

Due-tremila persone tutte lì, accorse per me Lucio Battisti. È una cosa da fantascienza,
di sbarco lunare. Prima, quando le prime volte tiravo fuori la mia voce graffiata, la gente
mostrava insofferenza. Forse pensava che mi dovevo limitare a fare l'autore, a scrivere
le mie canzoni, lasciando a cantanti professionisti il compito di cantarle. E i miei capelli!
Lo sai che più di una persona pensava che fosse una parrucca e, quando dicevo:
«toccate, toccate, sono veri, tutti si allontanavano, come di frotne a uno zulù!?». Oggi le
ragazze trovano addirittura sexy la mia capigliatura, ma io la lascio così soltanto perché
odio tagliarmi i capelli e pettinarmi.

Anche il suo modo di vestire è sempre lo stesso: trasandato in maniera comoda,
distratto, à la page soltanto per quell'eterno foulard di seta legato alla gola. Quando
canta la sua Acqua azzurra, acqua chiara, pensa a quel ruscelletto del suo paese dove
si bagnava da ragazzo, con gli amici, e così riesce a combattere il pericolo di diventare
un mestierante, come tutti gli altri. Gli hanno già detto che deve dimagrire; via, le cosce
sono un po' robuste; ma lui lascia cantare e continua a portare sgraziati pantaloni che
certo non aggraziano la sua figura.

Non ho nessuna intenzione di diventare un divo, sia ben chiaro, puntualizza,
ridiventando serio. Certo, i quattrini non gli fanno schifo, però li accetta a patto che gli
piovano addosso senza domandargli nulla in cambio. «Il danaro si paga», sentenzia
Eduardo De Filippo. Lucio invece non accetta il ricatto. Per difendersi da qualsiasi
contaminazione divistica, ha il suo utilissimo diploma di elettronica, che lo mette in
guardia dai calcoli sbagliati.

D'accordo, ammette. Se uno fa il ruffiano con la folla può raggiungere traguardi alla
Morandi, alla Ranieri, ma poi cosa gli resta? Condannato ad avere sempre quel certo
sorriso, a rispettare sino al martirio il cliché ormai stampato, e inevitabilmente costretto
ad allontanarsi dalla sua autenticità. Questo io non lo voglio.

È già sulla difensiva, certo, perchè il pericolo dei milioni di ragazzine impazzite lo ha già
esaminato a fondo, e non vuole correrlo. Dentro di sé, anche se non lo dice
esplicitamente, si sente un poeta, e i poeti devono sempre tenersi almeno una spanna
dalla gente: tra loro e ll'epidermide degli altri, un pezzetto di prato, un cespuglio di rose,
per salvarsi. Lucio respira a pieni polmoni quando gli lasciano il tempo di pensare di
fantasticare. Deve ricordare ruscelli, per scrivere le sue acque azzurre, per esortare le
sue Linde a ballare. Adesso ha un ambizioso progetto in testa, ma non me ne parla
perché ha paura che gli scippino l'idea.

E una specie di musical?, gli domando.

Di meno e forse di più, mi risponde con la sua voce ruvida.

Forse un'opera?

Ma che opera!

Basta, fa il riccio, forse pentito di essersi lasciato sfuggire l'accenno alla «cosa» che gli
sta crescendo dentro. Il «parto» è previsto per il prossimo inverno, perciò non resta
che attendere fiduciosi. Anche in questo suo tenersi per sé le cose, Lucio si trascina
dietro la diffidenza del ragazzo di provincia che ha sempre paura del giudizio ma anche
della malafede degli altri.

E se mi scippano l'idea?

Forse ha ragaione lui. Appartiene a un mondo, quello della musica leggera, che non si
può certo definire leale. Lo stesso bisogno di consumare con vertiginosa rapidità lo
porta a divorare tutto e tutti, con una voracità da piranha. No, Lucio non si farà
spolpare, né dai quattrini né dal successo. L'ha promesso anche alla sua ragazza,
Grazia Letizia Veronese, si sta per decidere al grande passo. E quando nota
l'espressione sconcertata nella faccia del filisteo, si fa grasse risate interne, anche
perché non è affatto vero che sia contrario al matrimonio. Per il momento non ci pensa,
ecco la verità. Ha venticinque anni, un mucchio di progetti che gli ballano nel cervello
"elettronico", e un bisogno grande di riscattare, almeno per quanto lo riguarda, il cliché
squallido del cantante nostrano.

Il mestiere di cantante non deve essere necessariamente sinonimo di sottosviluppato, di
disimpegnato. Perché anche da noi non devono esistere i Donovan, i Dylan, persino i
Beatles? Se quelli dell'Equipe 84 imbroccano un successo, la gente dentro di sé pensa
che devono aver scippato qualcosa ad altri complessi stranieri. Questo non è giusto.

Il Battisti (chissà se è parente di quel Cesare patriota che, sulla forca, ebbe il coraggio
di gridare: «Viva l'Italia!»?) è deciso a usare bene la sua popolarità attuale. Ha delle
cose da dire ed è deciso a dirle, anche se non saranno completamente accessibili a
quella massa che gli ha appena decretato il successo.
Sì, forse dev'essere parente di quel Cesare Battisti, perché conclude dicendo: «Non
rinnegherò mai i miei ideali. Nemmeno davanti alla forca!»

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