1994

Hegel
canzoni scritte da Lucio Battisti e Pasquale Panella.




Almeno l'inizio
(Battisti-Panella)

Alla fine ti trovasti in un bel posto e lì capisti perché t'erano stati chiesti gli occhi in pretito. Per il loro particolare fai
tu quale che ora è l'iride delle finestre. Alla fine ti fu chiaro perché quel gran parlare della tua bella conchiglia
auricolare e quel solleticare. Eccoli i padiglioni i disimpegni la chiocciola i vestiboli ecco la stanza.
E tu entrasti perché c'era tutto e tutto a oltranza i tuoi comportamenti e le reazioni le tue belle presenze e gli
abbandoni le carezze in cambio delle tue carezze e le scontrosità, le irritazioni. C'era anche qualcuno che ti diceva
tardi dobbiamo andare. E tu dicevi. No io voglio io non voglio ancora ancora io mi sveglio mi voglio rivedere e se non
tutta almeno l'inizio. Che cosa avresti fatto per sentirti un po' più sola e per dolcemente navigare sul dorso o sul tuo
petto e fare una capriola che ribaltasse il cielo.
Lì c'eran tutti predisposti i baci asciutti e meno tutti desideri e le istintive applicazioni di te eran montate ad arte
accanto al tuo profilo vicino a ogni tua parte. E tu dicevi ancora un altro poco ese non tutto almeno un po' d'inizio.
Fare si può ed anche disfare ma è un'impalcatura. Dipende da chi sopra ci sale.
E tu dicevi ancora un poco e se non tutto e se non tutto almeno l'inizio. E tu una volta su osservi la tua stanza. Tu la
tua nella quale oltre disfare e il fare si delineano cose appena verosimili.
Con ciliegie passeggere e grappoli appannati d'uve segrete e nere dalle pelli boriose e fini perché tu che ti senti alle
volte una mandria possa indire turchini selvaggi festini. Con curvi cieli estivi che scendono come coperchi su te che
bollivi. Con i freschi provvisori che soffiano sotto i cuscini e tu li assalivi con gli abbracci e le guance giaciute con
l'equatore perché di te cibata non è di calore che hai bisogno ma di un orgoglioso refrigerio.



Hegel
(Battisti / Panella)

Ricordo il suo bel nome Hegel Tubinga ed io avrei masticato la sua tuta da ginnastica. Il nome se lo prese in prestito
dai libri e fu come copiare di nascosto fu come soffiare sul fuoco. Cataste scolastiche perché quando tutto è perduto
non resta che la cenere e l'amore e lei nel suo bel nome era una Jena. Chi di noi il governato e chi il governatore son
fatti che attengono alla storia. Chi fosse la provincia e chi l'impero non è il punto il punto era l'incendio.
Erano gli esercizi obbligatori estetici le occhiate di traverso e tu guardavi indietro c'eravamo capiti capiti all'inverso.
Ci diventammo leciti per questo. D'altronde e d'altro canto. A volte essere nemici facilita. Piacersi è così inutile.
Un bacio dai bei modi grossolani sfuggì come uno schiaffo senza mani. Talmente presi ci si rese conto d'essere
un'allegoria soltanto ci capitò di dire indicando il soffitto col naso di dire "noi due" e ci marmorizzammo.
La corda tesa amò l'arco e la tempesta la schiuma il cuore amò se stesso ma noi due divagammo. L'animo umano non
è nulla se non è una pietra da scalfire ricavando i capelli e il suo bel piede.
Era la collisione il primo scontro epico perché non scritto ma cavalcato a pelo ed ognuno esigeva la terra dell'altro le
mani la terra la carne e il terreno.



Tubinga
(Battisti-Panella)

Da qualche tempo è recente anche l'antico. Il disco del discobolo è cromato. Nella testa di Seneca si sente il motorino
di un frullatore. Nelle piramidi continuamente scatta un otturatore. E in te Tubinga in te non c'è un juke - box e non un
tostapane. Tu mi risparmi d'essere testimone antico e recente dell'e istruzioni lette attentamente. Non un tasto in
comune non un percorso passando per bi e ci dalla a alla di. Non un cablaggio non una connessione. Non la
contemplazione nemmeno l'esperienza. Ma una delicata leggera confusione perché mi sfugga come una stoltezza
l'invocazione a te mio generale mia generalessa. E al posto del carattere. E al posto del carattere mia cara poniamo
una tempesta un caso esterno un alto mare che i giorni, i mesi e gli anni inseguono e non possono afferrare.
Io decorato di passamanerie come un divano per dirti siediti distendi le tue gambe ed usura il tessuto col tallone poi
dormici su che poi quando ti svegli parlandoti di me ti dirò egli. Egli è qui. È qui ed ora e non ti dirò altro. Non parlerò
di stili e di reliquie. Tutto è recente come uno squillo di sveglia. La data più vicina è un dormiveglia. E al posto di cose
ci sono le cose. Poniamo le cose esaurite le stesse. E dopo le stesse mettiamo le cose se le medesime vanno esaurendo.
Un bel poligono al posto della stella e nel quadrato il tondo andando bene. Nel coraggio di Achille le rotelle per fare
l'orlo alle pastarelle. E supplicante l'immagine è morente narciso e dalia e insetto galleggiante come pasto rimastica le
spente nature morte virtuosamente. Ahi c'è qualcosa che cade e una cosa sta su. Ahi c'è del chiaro e del bruno c'è c'è
una cosa chiusa in sé fa un rumore un po' tacito. Sembrerebbe il sussurro dell'acqua. Ahi c'è qualcosa che odora una
profumo non ha. Ahi c'è del grande e del piccolo. Una c'è fintantoché ce n'è un'altra che mormora. Sembrerebbe il
sussurro dell'acqua. Ahi c'è qualcosa che chiude una schiude una resta dov'è c'è dell'asciutto e dell'umido nelle cose
cosicché piatte l'une altre ripide. Sembrerebbe il sussurro dell'acqua.



La bellezza riunita
(Battisti / Panella)

Mi apparisti vestita e più carpita da me più che tu non lo fossi. Misurarti la vita mi pare proprio sia tutto quello che
posso. La bellezza riunita a più difesa di sé mi dicesti "Sospira". Come chi si ritrae con il dito chiedendo silenzio la
totale pienezza di te da mio braccio destro si disincagliava e calava nell'ansa del sinistro mi sta alle piegature e
declinava. Di te in te stessa l'attività assoluta era una lotta contro la natura che è di messa al vento succube alla furia.
Ma tu non soccombevi eri impennato sulla tua forma finita e creata.
E la tua finitezza superavi sapendo di te stessa non solo di convessa umana pelle umana. E la realtà finiva e il vero
cominciava. Certo imbruniva ma imbruniva fuori. All'interno i colori erano luci spente umiliate dalla tua bocca.
Dopo un po' si vedeva soltanto quello che può perdonare la vista. E scoprire le gambe fu qui la tua miglioria per
distinguere meglio. Ogni tuo gesto è compreso in tutto quello che sa di te stessa quel gesto.



La moda nel respiro
(Battisti / Panella)

La moda è generosa pensi cade più docile delle mura più facile dei bastioni ai tuoi piedi sciolta la chiusura. Dici i Greci
pensi sono pieghe sono colori i Fenici e i Macedoni fibbie, intimi i Latini. La moda è generosa pensi meglio di un pugile
si risolleva più agile perde i sensi crolla in pezzi senza alcun patema. Dici i sogni e pensi ai bottoni son asole i risvegli e
gli scolli effusioni e spacchi gli sdegni. E chi teme la moda è immerso in essa comunque e d'essa intriso come un cardo
dal bambo reciso.
E dici è molto comoda se esclude sempre di presentarsi in figure in tagli forme e positure immediatamente le tute nude.
Così che quando passa questo eccesso ci pare non avere perso nulla ci pare non avere perso il tempo che la nudezza
sbriciola e maciulla. Dici la verità di mezzo ecco la via quella percorsa dai ragazzi alteri che vanno a divertirsi nei
misteri spiegabili perché non intralciati dai cupi sedimenti dei passati. Midici il mezzo giro quello che va di moda dei
tuoi fianchi gli occhi totali come elianti la spossatezza semplice formale un rilassamento collegiale.
Come se in torno a noi in curvi corridoi i disciplinatori le studentesse e gli studenti rapinatori del momento d'oro
consumassero un lusso di moine un rimandare sempre all'anno dopo frenetici in un ballo senza scopo. Noi nella stanza
accanto e la moda cambiava nel respiro il nostro che cambiava ogni tanto.




Stanze come questa
(Battisti / Panella)

Prendiamo una carrozza anacronistica aggiornandola in quanto inesistente. Saliamo alla sua guida. Di redini di lacci
se ne trovano di legami tra noi di dolci bende. Bardiamo un animale a caso il cuore dai fianchi pretenziosi da roano.
Ecco che trotta. Che ci prende la mano. Abbiamo visto le regge dietro le inferriate e le foreste nere e le campate non
so di quanti ponti. Ho visto la tua nuca ad Alessandria e poi me lo racconti se ci sei mai stata se ti senti ti sentivi
osservata. Il posto è qui E' qui quel lavorio dell'erba simile al pensiero che continene nel vello quell'orma del tuo corpo
ed uno stelo sconvolto dal tuo gomito che avrebbe dimenticato d'essere carnale per non dimenticarlo in generale. Qui
si incavano senza corpi a pesare le nostre impronte a muoversi a sedere. Vedi là vedi là e gli occhi saltano come chiaro
e pupilla capidere.
Ci sono posti al mondo dai quali non c'è fuga. Stanze come questa nelle quali restano le nostre rappresentanze i nostri
uffici doganali. Dove noi veramente ci impieghiamo avviluppati in teneri sofismi cavilli di permessi arzigogoli tropismi
nella nostra direzione. Una frontiera è fatta di due righe. E bastavano le dita di una sola mano mandata a vanti in
viaggio e l'altra le farà da testimone si può vedere tutto e fermamente se di due righe è fatta facciamo la frontiera
dove passa fauna e flora straniera.




Estetica
(Battisti / Mogol)

È successo quello che doveva succedere. Ci siamo addormentati perché è venuto il sonno a fare il nostro periodico
ritratto. E per somigliarci a noi più che noi stessi ci vuole fermi che appena respiriamo e mobili ogni tanto come un
tratto sicuro di matita. Ecco che siamo la viva immagine di una distilleria abusiva che goccia a goccia secerne puro
spririto. Noi dietro una colonna ridevamo per l'aneddoto e ci contrastavamo amabilmente su aria fiato e facoltà vitale
su brio d'intelligenza sull'indole sull'estro soffio refolo vento e venticello sull'essenza e sulla soluzione sul volatile e sulla
proporzione sul naturale e sul denaturato. E poi sulla fortuna. La fortuna non c'entra quando una cosa per terra si
posa. E vale sia per l'estetica che per l'allodola. E lui continuava a ritrattare. A ritrattare quindi. E la reale e doppia
fisionomia nostra spariva via come una coppia annoiata di visitatori da una mostra. Non dietro le sue spalle ridevamo
per l'aneddoto mimetico, drammatico faceto ditirambico e ci contrastavamo amabilmente su verde rosa e viola del
pensiero su mente giudicante su lampo e riflessione e sul limpido e il cupo e il commovente su coscienza e su
allucinazione sulla celebre cena e gli invitati coloroi che divorano colori.
Se lo spirito s'eccita per caso esilarando oppure ardendo bruciando bruciando. E chi dei due ha le parti fredde
cercando le tue.



La voce del viso
(Battisti / Panella)

Per insignificanti movimenti tanti e tanti il volto è tutto e tutto sta raccolto sopra il tuo bel volto. Lingua che sei
straniera e non si sa se vuoi che io ti distingua dalla mia o se mia lingua ti finga. Bocca di gradazioni intera gamma
dalle predilezioni alla maniera amara. Bocca che mi sei cara appena appena schiusa quando armatura in te quella
fessura è un dissuadendo le svariate forme labili d'espressione per tentativi approssimazione. Ed il tuo volto è tutto ne
momento in cui passando sopra alla tua immagine della quale è troppo facile dire che in superficie affiori la'nima
passando sopra la tua immagine invece ci si vede intraducibile l'estraneità al lavoro. Ché il volto è tutto ma non è del
corpo al quale pare unito. Il corpo contentando il senso della nutrizione e il viso l'ascensione l'assolvenza
dell'inappetenza perché un bel volto bello se lo si può guardare è un disimparare del mondo questo e quello. Così ci
s'innamora di un viso in cui l'estraneità lavora. Il corpo segue come un tetimone casalingo e familiare di questa
apparizione in su la cima. Quest'opera sensibile il tuo volto che si manifesta ed è oltre l'ordine della natura. E come
tutti i portenti tende a scomparire più cerchi di tenerlo mente e nelle spire dei ritrovamenti portentosi. E la voce del
viso allora nemmeno ricorre ai miracoli non un riso, un pianto non una smorfia densa d'oracoli. Ma dà senso quella
voce a un solo volto che sotto il mio rotola si ferma freme alle mie mani preme perchè lo riporti in cima in vetta al suo
sistema dei piaceri. Secondo un canone un precetto ed una disciplina che inumidisce i capelli e per discrezione stende
un velo di madore sulla pelle. Ti spadroneggia allora il tuo godio disincantato in quanto più è restio al racconto
lenitivo al riassunto giulivo. E non è riso appunto e non è pianto il tuo perché racconto è il riso e pianto il suo
riassunto. Sul viso la sintassi non ha imperio non ha nessun comando.